dimanche 26 septembre 2010

Di adii, partenze, uomini, e altre cose sgradevoli

Non mi ha mai messa in difficoltà il partire, l’andare via. Per quanto mi riguarda, credo di sapermi ambientare più o meno dappertutto. Ho vissuto la mia minorità nella pacata Svizzera, poi mi sono trasferita nella Pianura Padana e sono sopravvissuta persino alla burocrazia (oltre che alla moltitudine di bagni turchi che ancora infestano il centro storico, peggio delle zanzare). La prospettiva di partire per la Polonia, dunque, non mi preoccupa.

Certo, c’è il problema della lingua. Of course, poteo ohne Probleme communiquer in diverse parti d’Europa, nel passato e nel presente, ma le lingue slave… le lingua slave, no, ecco, non le ho mai studiate. Com’è ovvio mi sto preparando al meglio per imparare questo polacco: per esempio, ho comprato il corso Assimil di grammatica, senza mai toglierlo dall’involucro. Per esempio, ho deciso di migliorare il mio parlato affittando casa con un siciliano. Per esempio, ho deciso che nel tempo libero leggerò Proust, in lingua originale. E vabbè, tanto “con l’inglese si va dappertutto”. 
Dicevo, quindi, nessun problema: ho trovato l’appartamento e il coinquilino (siciliano, ribadisco), i documenti sono pronti, la valigia no (ma chi è che prepara la valigia più di tre ore prima della partenza?); ho già spulciato il programma del teatro principale di Varsavia e localizzato i cinema underground-fricchettoni.

Resta un’ultima cosa da fare: i saluti. Ci sono da salutare i nonni, i vicini di casa, gli amici più stretti e gli amici meno stronzi, i conoscenti-di-cui-non-ti-frega ma che però se non li saluti si offendono, gli zii, la madrina, e così via. Non sarebbe problematico, se non fosse che ho circa 20 aperitivi/pranzi/cene programmati per i prossimi 10 giorni (ecco perché farò la valigia tre ore prima di partire). 
C’è di buono che salutare queste persone non è così difficile. In fondo gli amici già non li vedevo spessissimo, e poi, su, le nuove tecnologie e quelle cose lì, e insomma ci si sente lo stesso. E poi gli amici sono gli amici, te ne vai e loro restano, torni e loro sono ancora là, e tu non sei mai andato via per davvero. Lo stesso vale per i conoscenti-di-cui-non-ti-frega (magari decidessero di non esserci più quando torni). I nonni… Non so gli altri, ma io saluto ogni volta come se fosse l’ultima i due che mi sono rimasti (perché gli altri due no, non li avevo salutati abbastanza).

E poi, certo, c’è sempre da salutare quellapersonalì. Io quellapersonalì l’ho dovuta salutare in semi-definitiva, perché abbiamo saggiamente deciso che è meglio così. Abbiamo deciso che è brutto il “cosa hai fatto oggi ?” inquisitorio, il “perché non mi chiami mai?” piagnucoloso, il “mi manchi” depresso, il “non vivo più” adolescenziale, il “quando ci rivediamo?” senza speranze. Le storie a distanza, specialmente tra una Adèle H. e un Casanova, non funzionano. E se funzionano sputtanano tutto, e lasciano tutto un po’ più rabbioso, un po’ più strappato, un po’ più sporco di prima. 
Non che salutarsi così sia saggio, beninteso. Francamente lo trovo pure un po’ pirla. No, mi correggo, lo trovo assolutamente minchione questo stare lontani quando si poteva stare insieme. E trovo stronzo pure l’appuntamento all’11.08.11, ma quel  tipo di stronzo che dà pure un po’ il latte alle ginocchia, come quei libri lì di Sparks, della Steel o di Emily Brontë.

Quello che mi dà più fastidio, però, è il modo. Non hai voluto venire con me (e lo capisco, a -20° si sta proprio male, e poi mangiano solo patate, e dove sta ‘o mare?), ma non hai nemmeno voluto che io venissi con te. D’accordo, le mie esperienze, avevamo deciso così, tanto poi ci ritroviamo, eccetera. Però poi non puoi ritelefonarmi ancora e ancora, non posso dirti Addio tutte le volte. E soprattutto non puoi chiamarmi perché ti manco già e sono passati solo due giorni, perché io sarei potuta venire con te e tu non hai voluto.

Quando glielo spiego al telefono, questo è il momento critico, è l’istante delle parole sbagliate, è l’attimo di cui solo un vero uomo saprebbe approfittare nel migliore dei modi per dire la peggiore delle cose: “È andata così.”


Innanzitutto, vaffanculo. In secondo luogo, le cose non “vanno”. Le cose non “succedono”, quasi mai. “Succede” che qualcuno venga investito, “succede” che due facce si incrocino per strada, “succede” che il pc si fulmini, ma poco altro. Per il resto le cose si fanno, si fanno accadere o si lascia che accadano. Tu hai lasciato che accadesse
Non sono mica qui a piagnucolare per quello che fai a me, lasciandomi sola: sono qui incazzata nera per quello che hai fatto a noi impedendoci di restare. Allora ti saluto ancora una volta per telefono, che forse questa è l’ultima.

Rimango qui con la tua maglietta di Apocalypse Now e la tua foto di quando avevi ancora i capelli.
Penso che la cosa migliore da fare sia non pensare. Non pensare di pensarti. Pensare di non pensarti. 


Allora mentre mi reco all’ennesimo aperitivocenapranzo, stilo una lista in 10 punti del perché avere un cane sia meglio di avere un uomo. Me ne compiaccio. Poi però decido di non renderlo pubblico, perché mi farebbe sembrare una di quelle zitellone che sono acide perché vorrebbero ma non possono. Allora mi viene in mente che se censurassi i punti due e tre (quello sulla bava e quello sulla lingua) potrebbe essere un testo socialmente accettabile, e io potrei non avere la reputazione rovinata.

Poi mi rendo conto che è una ciclopica cazzata, e allora cerco di pensare a 10 motivi per cui un trombamico polacco potrebbe essere meglio di una relazione – rinuncio –; cerco 5 motivi per preferire Varsavia a Pavia –  non funziona – ; studio approfonditamente la tua persona per trovarti almeno 7 colossali difetti – invano –.


È inutile: come nel peggiore dei clichés so che dormirò con la tua maglietta, continuerò a cucinare la pasta come la cucinavi tu, e a ogni aperitivocenapranzo – maledizione! – mi porterò dietro la tua faccia.

Suzanne Eyre

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