“Numero ventinove?” “Qui!” “Buongiorno! ...E la signora, dov'è?” “Eh la signora, la signora si riposa!” “Ho capito! Allora, con cosa cominciamo?” “Mah, allora, due etti di mortadella...”
Siamo davanti alla “bancherella dell'Italiano” (anche se adesso la padrona è femmina) al mercato della Place Flagey, luogo dove si incrociano ogni sabato mattina gli Italiani residenti nel comune di Ixelles. Luogo caloroso, dove anche quando il cielo è grigio (oggi invece splendeva il sole) ci si sente in Italia, anzi meglio, ci si sente circondati dagli Italiani di Bruxelles, una particolare razza di espatriati. Ci sono, dovrei precisare, sotto-categorie, per esempio gli immigrati di terza generazione, discendenti di quei poveri diavoli che in Belgio ci sono andati per lavorare nelle miniere, che l'italiano in genere lo parlano appena, io invece qui parlo di quelli di cui la mia mamma sarebbe un esempio tipo: immigrati di prima generazione che sono andati all'estero per fare carriera, mantenendo però la loro madrelingua e tornando ogni vacanza al paese natale per trovare la famiglia. Internazionalizzati, poliglotti, colti... ma che non hanno dimenticato dove stanno le loro priorità, tra le quali la principale è il cibo.
A me piace accompagnare mia madre al mercato proprio per quella sosta dove posso sentirli chiacchierare in italiano intorno a me e vedere lo spettacolo dell'amore del cibo. Oggi però il mio piacere è stato rovinato da un'invasione barbara: l'amica invadente di mia madre.
L'amica invadente di mia madre è una belga francofona che era stata un'insegnante d'inglese di mia madre. Ella non ha amici perché è invadente, ed è invadente perché non ha amici. Si era accollata momenti prima che noi traessimmo il nostro numero (trentatré) e parlava, parlava, parlava. Io annuivo senza ascoltare pensando che le leggi della decenza umana l'avrebbero fatta allontanarsi quando la padrona o un commesso avrebbe chiamato il nostro numero. Aveva già inquinato con la sua presenza non-italiana l'inizio del rituale della “bancherella dell'Italiano”, ma uno si aspettava che non appena la liturgia avesse richiesto una partecipazione attiva da parte di mia madre o mia, questa avrebbe capito che la sua presenza non era gradita.
Mamma - Julia, a che numero sono arrivati?
Io - Ventinove. (Sospiro e penso: Quando si leverà dalle palle questa?)
L'amica invadente parla del suo giardino dove c'è tanto lavoro da fare. Io penso che in quel caso sarebbe ora per lei di avviarsi verso questo suo giardino. Il signore senza la signora ha finito. È basso, pelato, con gli occhiali da sole. Prima di andarsene mi lancia un sorriso marpionesco - un'altra di quelle priorità mantenute. Io guardo le focacce.
La Padrona – Trenta! Trente! C'è? Il n'est pas là? Va bene, trentuno! Trente-et-un! No... (Io penso: Evvai!) Trentadue!
Giovanotto mezzo addormentato – Ehi, no, scusa! Sono io il trentuno!
Il giovanotto mezzo addormentato sembra simpatico, bon viveur. Tiene per mano la ragazza (non-italiana). La ragazza non-italiana lo ascolta ordinare il prosciutto crudo in italiano, gli occhi lucenti d'ammirazione.
Quando finalmente tocca al trentadue (secondo me il commesso che lo sta servendo non è veramente italiano... O forse sarà di terza generazione? Mah!), l'amica invadente sta parlando dei trasporti pubblici di Bruxelles che lei trova pessimi. Io la guardo e penso: Comprati una macchina allora. Poi guardo di nuovo in direzione del numero trentadue, lo vedo parlare con le mani e sento in me un movimento di tenerezza profonda. Penso: Un giorno mi sposo un italiano, che quando va al mercato di Place Flagey chiede il parmigiano parlando con le mani. Sto lì a commuovermi su questo futuro partner immaginario quando sento la voce della padrona dire: “Trenta-tre!” Non le lascio nemmeno il tempo di ripetere in francese: “Qui! SIAMO NOI!” Penso: Che bello Mamma, adesso possiamo parlare in italiano tra Italiani di Bruxelles e tanti saluti a quella tua amica rompipalle che dice “parmesan” e non sa parlare con le mani!
Ma l'amica fa una cosa incredibile: decide di rimanere. Non solo decide di rimanere, ma si sente ispirata, vuole fare dei paragoni, e proprio in questo momento in cui la Mamma ha bisogno della massima concentrazione per scegliere quali delizie ci portiamo a casa questo sabato, ella tira fuori dalla sua borsa un sacchetto di plastica contenente qualche spezia che ha comprato a qualche bancherella non-italiana.
L'amica invadente – Regarde ce que j'ai trouvé! On m'a dit que c'est bon sur le pain.
Io decido che in questi casi bisogna adottare metodi drastici: parlerò in italiano e farò finta che questa pazza che tenta di sovvertire il nostro rituale non c'è.
Mamma – Ah oui, je ne connais pas. Ça sent bon, oui.
Io – Mamma! Hai visto che bella quella scamorza? La possiamo prendere?
Mamma – Ma certo! Allora, buongiorno, prendiamo questa scamorza, poi un un po' di mozzarella...
L'amica invadente – Ahaaa, “Buoooongiorrrrno”: c'est sympathique!
(Io penso: Oui, ça veut aussi dire bonjour...)
La Padrona – Ci sono appena arrivate queste mozzarelline qua, sono buonissime.
Mamma – Julia?
Io – Sì!
L'amica invadente – Aaah, la “môôôôôzarellllllllllla”!
Io penso: Ma 'sti francofoni, pensano veramente che basta allungare una lettera di qui di là, a caso, per far credere che uno è italiano? Con lo sguardo tento di comunicare alla padrona che io non c'entro con questa malata di mente, che mi dispiace tanto e che io so come si pronuncia “mozzarella”. Nel frattempo la mia mamma tenta nuovamente di sbarazzarsi dell'amica invadente.
Mamma – Alors, comme je t'ai dit, ce weekend je suis occupée, on s'appelle le weekend prochain, d'accord? Au revoir ma belle! Un po' di quel pesto, per favore.
L'amica invadente – Ah! Ca c'est le “pésto alla gennnnnnoveeeeeese”!
(Io penso una parolaccia.)
La Padrona – Hé no, cé né pas dou pesto alla genovese: céloui-ci, cé moi qui l'ai fait, ici à Broussèl!
Io penso: Questa nobile signora il francese lo parla così, come le viene, con semplicità, ha il suo accento italiano, sì, ma non prova il bisogno di aggiungere doppie dove non ce ne sono. Poi il suo pesto è davvero buono.
L'amica invadente chiede a mia madre se il pesto qui è buono. Io penso: Siamo alla “bancherella dell'Italiano”, il luogo sacrosanto dove si forniscono gli Italiani di Bruxelles, la risposta mi sembra ovvia. La mia madre dice che è molto buono, che se ci metti sopra l'olio d'oliva e lo tieni in frigo si può anche conservare.
L'amica invadente – Ah, c'est vrai, tu cuisines à l'huile d'olive, toi?
(Se usiamo l'olio d'oliva?! Ma sei scema?)
Mamma – Oui, toujours.
L'amica invadente – Ah, mais il faut varier, Clara! Il n'y a pas que l'huile d'olive!
(BLASFEMA!)
Enfin, il y a par exemple l'huile de noisette...
(Hahahaha! “L'huile de noisette”! Ragazzi, questa è fuori!)
Mamma – Nous on aime beaucoup l'huile d'olive.
La Padrona – Em, signora...
Mamma – Julia, scegli i ravioli.
Io – Quelli “asparago e culatello”, per favore!
Mamma (sempre all'amica invadente) – Bon, au revoir!
L'amica invadente – C'est quoi ça, “cu-la-tel-lo”?
(Aho! La mamma ti ha appena detto “Au revoir”!)
Mamma – E poi un po' di prosciutto, quello cotto, ma proprio due fette...
La Padrona – Quello alle erbe?
Io – Sì, alle erbe!
L'amica invadente – Ah, c'est aux herbes ça?
Mamma – Per questo fine settimana penso che basti. Julia, cosa dici?
Io – Beh sì, papà e Thomas non ci sono, poi sia oggi che domani siamo a cena fuori...
Mamma – Hai ragione... Prendo due vasetti di tonno però, così li abbiamo, non si sa mai. Tonno Rocca, signora, grazie.
E a quel punto ho capito che stavamo giungendo alla fine del rituale, che stavamo per pagare, che i soliti piaceri in italiano erano stati irremediabilmente rovinati da quella donna che ci consigliava di usare l'olio di nocciola invece dell'olio di oliva.
La mamma disse che sì, era tutto, e pagò. La padrona mi tese la borsa piena di quelle vettovaglie che di solito mi riscaldavano il cuore... ma quella mattina, quella borsa non mi sarebbe bastata manco se ci avesse aggiunto una focaccia gratis. Le regalai però un ultimo sorriso, perché lei, lei se lo meritava il mio sorriso strappato al dolore, quella brava donna, con quei ricci neri, quell'accento italiano, quelle mani che avevano fatto il pesto che avrei ritrovato sulla mia pasta a pranzo. Era una donna che andava rispettata - cosa che, veramente, non si poteva dire di quella femmina dalle nocciole.
Poi, mentre la mamma metteva via gli spicci, ripartii la spesa: nello zaino formaggi, pesto, prosciutto e ravioli, nel carrello i due vasetti di tonno. La noccioluta osservò questi ultimi: “Ah, tu manges les anchoies comme ça, toi?” E fu a quel punto che esplosi.
“TONNO C'EST THON! THON!!! PAS ANCHOIES!!!”
Ma la mia rabbia era ormai inutile perché avevamo lasciato il santuario degli Italiani di Bruxelles. Anche se fossi riuscita a zittirla (cosa che non avvenne poiché quello scoiattolo umano si riprese rapidamente dallo sbalordimento causato dalla mia ira “inspiegabile”), non sarebbe servito a nulla perché il suono di sottofondo non era più puramente italiano. Adesso c'entrava il francese, l'inglese, il tedesco...
Non mi restava che consolarmi ricordando l'aria addormentata del numero trentuno, le mani animate del trentadue, e anche, perché no, il sorrisone del ventinove.
“Et sur le thon aussi, tu mets de l'huile d'olive?”
Reg de Saint-Loup
aahhaah...veramente divertente questo pezzo...ci si lamenta sempre che gli italiani sono invadenti caciaroni e cafoni...a quanto pare e per fortuna anche i belga possono essere invadenti al pari degli italiani!
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