Essenzialmente, viaggio in treno per tre motivi.
1 Per poter attendere molto equosolidarmente lungo un binario disagiato, in piedi, con la schiena curva sotto il peso di una cultura antiborghese o ancor meglio seduta sul più comodo dei giacigli, per terra, fra le samsonite degli altri pendolari. Accogliere l'arrivo del treno come un'epifania, perché si ha un'attività cerebrale troppo profonda e complessa per cogliere queste facezie materiali, trascinare le clarks lise dall'uso e dalle difficoltà della vita d'artista, salire sul vagone con una trascuratezza pari solo all'impegno profuso per avvolgersi la sciarpa in lana grezza in modo accuratamente trascurato (l'idea è dimenticarsi di averla, quella sciarpa…quale sciarpa? Se c'è, qualcuno l'ha gettata lì intorno al collo, per caso ). Strisciare nello scompartimento cercando di emulare i riflessi di un bradipo, per parlare al mondo della propria vita davvero scombinata e insonne, accasciarsi su un posto che deve apparire il primo a caso, ma RIGOROSAMENTE lato finestrino, condizione essenziale per poter indossare lo sguardo tossico perso nel vuoto. Ad eventuali domande, rispondere con qualche secondo di ritardo, negare di conoscere la destinazione del treno, fornire risposte vaghe e sconnesse dal sapore oracolare. Non mostrare entusiasmo per nulla, salvo mostre di artisti contemporanei sconosciuti e manifestazioni contro-qualcosa. Scendere dal treno all'ultimo, per caso, con una mano fra i capelli spettinati ad arte, con un'aria il più possibile disorientata ma politicamente consapevole e colta al contempo.
2 Per sentirmi una persona per bene. Sì, il viaggio in treno consente una vera e propria iniezione di autostima, come quando da piccoli facevamo in modo che la mamma venisse a controllare la cameretta perché, quella dannata volta, l'avevamo messa a posto; magari avevamo compresso tutto nell'armadio tre secondi prima, ma ci si sentiva fieri, avvolti dall'aura che è solo dei giusti. L'efficacia psicoterapeutica del treno è subordinata ad un elemento: il controllore. Se il controllore omette il controllo, se quando sta per adempiere la sua mansione è chiamato dall'altro lato del treno per sedare una sanguinosa rivolta, placare un devastante incendio, combattere contro il male, il fenomeno non può avere luogo. Perché accada, deve svolgersi una sequenza rituale di atti: il saluto ai passeggeri, con entusiasmo e intensità variabile dal macellaio rubicondo al becchino affabile; la richiesta orale del biglietto, accompagnata da gesto manuale, o per i più ganzi, un cenno del capo; la presentazione del biglietto, sull'altare dell'obliterazione. Questi tre atti rituali lasciano spazio ad una serie infinita di variabili, dipendenti dal tipo di personaggi che popolano il vostro scompartimento. Se siete di fianco ad un ansioso, al semplice occhieggiare di un lembo verde fango-grigio piccione della divisa ufficiale udirete un sommesso ma crescente tramestio, un rovistare concitato simile a quello di uno scoiattolo capitalista impegnato nell' inventario delle nocciole. L' ansioso non trova il biglietto ed il controllore STA per chiederglielo: molto grave.
Scanditi dalla tachicardia dell'ansioso, si consumano i secondi che mi separano dal controllore. Questi fa il suo ingresso, solenne come un cowboy a mezzogiorno, lanciando uno sguardo che sa di sfida, e di stanchezza. L'ansioso si divincola fra i braccioli; la vecchia pettegola -ve n'è sempre almeno una, collant color carne, folti baffi alla messicana e ultimo numero di "Gente"- pregusta il momento più eccitante della giornata; il tossico-senza-biglietto continua a dormire cullato dalla disapprovazione dei vicini; il borghese per bene solleva gli occhi dal suo libro per bene, estraendo con naturalezza il suo perbenissimo biglietto. Il bello, a questo punto, è aspettare. Basta qualche secondo, il tempo di frugare nella borsa, il tempo di alimentare la speranza morbosa della vecchia zitella...alcuni lunghissimi secondi durante i quali assumi le sembianze di un potenziale criminale. Sulla terra ferma saresti solo un contravventore da quattro soldi ma qui, sul treno, sei un criminale di tutto rispetto. Pochi secondi, poi la svolta: sfoderare il biglietto, con un gesto svelto e sinuoso da prestigiatore, disarmare la carica poliziesca del controllore, lo Sceriffo di Nottingham lascia il posto a Winnie the Pooh, privare la zitella del pettegolezzo quotidiano. E inizi a sentirti leggero, onesto come l'insalata da Mc Donald. E inizi a sentirti normale. E inizi a sentirti come sempre. E infine inizi a sentirti mancante, incompleto, tapino! Si chiama assuefazione. Sorridi alla vecchia pettegola e, con grande dignità, affoghi il dispiacere nell’ultimo numero di Gente.
3 La verità, è che viaggio in treno per la gente. Molti dicono di voler girare il mondo, vedere volti nuovi, incontrare persone con cui condividere esperienze di vita cccioè tipo troppo avanti, cioè troooppo profonde, cccioè capito? Dovrebbero prendere il treno, davvero.
Un giorno si era in arrivo a Milano centrale ed io ero in piedi, prossima all'uscita, perché come al solito stavo per perdere la coincidenza, ed ero in fissa, sulla porta dell' uscita, perché come al solito vado in fissa. Si avvicina qualcuno, che dalla voce comprendo essere un uomo sui settant'anni e biascica qualcosa che suona più o meno: Skjdfegrhjjbdcjdjgagagaga-NEW YORK??
Ora, la geografia non è mai stata il mio forte, ma credo di saper distinguere la stazione di Milano da quella di New York, ammesso che lì esistano ancora i treni. Sempre in fissa, mi accorgo del tono interrogativo rivolto nei miei confronti e rispondo, in automatico: no, we're arriving at Milano Centrale. Sarà che la mia giacca verde pare una divisa, sarà che spesso ho i capelli raccolti in una treccia, la pettinatura affidabile per eccellenza, resta il fatto che mi capita sovente di imbattermi in turistame di vario genere, assetato di turistiche informazioni: ho quindi risposto in automatico, in inglese, senza pensare. La voce interrogativa scoppia in una fragorosa risata, per poi aggiungere, con cadenza napoletana: ma che credevi davvero che l'ho scambiata per New York???
3 La verità, è che viaggio in treno per la gente. Molti dicono di voler girare il mondo, vedere volti nuovi, incontrare persone con cui condividere esperienze di vita cccioè tipo troppo avanti, cioè troooppo profonde, cccioè capito? Dovrebbero prendere il treno, davvero.
Un giorno si era in arrivo a Milano centrale ed io ero in piedi, prossima all'uscita, perché come al solito stavo per perdere la coincidenza, ed ero in fissa, sulla porta dell' uscita, perché come al solito vado in fissa. Si avvicina qualcuno, che dalla voce comprendo essere un uomo sui settant'anni e biascica qualcosa che suona più o meno: Skjdfegrhjjbdcjdjgagagaga-NEW YORK??
Ora, la geografia non è mai stata il mio forte, ma credo di saper distinguere la stazione di Milano da quella di New York, ammesso che lì esistano ancora i treni. Sempre in fissa, mi accorgo del tono interrogativo rivolto nei miei confronti e rispondo, in automatico: no, we're arriving at Milano Centrale. Sarà che la mia giacca verde pare una divisa, sarà che spesso ho i capelli raccolti in una treccia, la pettinatura affidabile per eccellenza, resta il fatto che mi capita sovente di imbattermi in turistame di vario genere, assetato di turistiche informazioni: ho quindi risposto in automatico, in inglese, senza pensare. La voce interrogativa scoppia in una fragorosa risata, per poi aggiungere, con cadenza napoletana: ma che credevi davvero che l'ho scambiata per New York???
Mi volto, al mio fianco si è materializzato il Baffone della Birra Moretti, ma alto circa un metro e cinquanta, vestito da investigatore-pensionato. "Prego?? Scusi, credevo fosse un turista, che ne so io..." Il bello è che mi sono anche scusata.
Il Baffo insiste sul ma-che-ti-credevi, poi si complimenta per la prontezza di quella che gli appare una risposta degna di un bilingue madrelingua. Ormai non sono più in fissa, che io lo voglia o no si è instaurata una conversazione. Step 1: parliamo del tempo. Step 2: ormai intimi, mi informa di essere diretto a Como, che si dà il caso essere la mia città e la mia destinazione. Inizio a credere che vi sia un disegno divino in tutto questo, compreso il dialogo tratto direttamente da qualche opera di Beckett. Mi comunica lo scopo del suo viaggio: prendere un caffè a Como. Mi complimento per il proposito, gli raccomando qualche locale. Scendiamo insieme, diretti verso quella che è ormai la NOSTRA coincidenza. Mi affretto verso l'altro binario, trascinando rapida la valigia; lui mi segue trafelato, senza smettere di parlare, finché se ne esce con: ma che fai parte dei bersaglieri?
Proseguo imperterrita, consapevole di quanto siano svizzeri i treni svizzeri che passano per Como. Arriviamo al binario, giusto in tempo. Lui scopre che si tratta di un Intercity, e prende atto di come la magica tessera-pensionati contempli solo regionali: con gli occhi un pò più spenti, constata che le nostre strade si separano. Mi scopro dispiaciuta e gli tendo la mano: piacere di aver fatto la Sua conoscenza. Mi risponde che il piacere è suo, e si allontana, stringendosi nell’impermeabile. Perché non sale ugualmente? Quale controllore avrebbe il cuore di questionare sul regime di una tessera pensionati? Nel caso peggiore,versando la differenza. Il tempo di alzare lo sguardo, e quell’impermeabile è scomparso: solo un punto lontano, fra volti e valigie, verso le luci di New York.
Il Baffo insiste sul ma-che-ti-credevi, poi si complimenta per la prontezza di quella che gli appare una risposta degna di un bilingue madrelingua. Ormai non sono più in fissa, che io lo voglia o no si è instaurata una conversazione. Step 1: parliamo del tempo. Step 2: ormai intimi, mi informa di essere diretto a Como, che si dà il caso essere la mia città e la mia destinazione. Inizio a credere che vi sia un disegno divino in tutto questo, compreso il dialogo tratto direttamente da qualche opera di Beckett. Mi comunica lo scopo del suo viaggio: prendere un caffè a Como. Mi complimento per il proposito, gli raccomando qualche locale. Scendiamo insieme, diretti verso quella che è ormai la NOSTRA coincidenza. Mi affretto verso l'altro binario, trascinando rapida la valigia; lui mi segue trafelato, senza smettere di parlare, finché se ne esce con: ma che fai parte dei bersaglieri?
Proseguo imperterrita, consapevole di quanto siano svizzeri i treni svizzeri che passano per Como. Arriviamo al binario, giusto in tempo. Lui scopre che si tratta di un Intercity, e prende atto di come la magica tessera-pensionati contempli solo regionali: con gli occhi un pò più spenti, constata che le nostre strade si separano. Mi scopro dispiaciuta e gli tendo la mano: piacere di aver fatto la Sua conoscenza. Mi risponde che il piacere è suo, e si allontana, stringendosi nell’impermeabile. Perché non sale ugualmente? Quale controllore avrebbe il cuore di questionare sul regime di una tessera pensionati? Nel caso peggiore,versando la differenza. Il tempo di alzare lo sguardo, e quell’impermeabile è scomparso: solo un punto lontano, fra volti e valigie, verso le luci di New York.
Françoise Labaki

